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Conservatori: il “Refice” di Frosinone Aspettando la nuova sede Sono in dirittura d’arrivo i lavori del nuovo edificio che ospiterà l’istituto laziale. Per adesso 800 allievi e 130 professori devono accontentarsi di un vecchio stabile nel centro della città. Alla guida della scuola c’è il maestro Arturo Saponaro testo
di MASSIMILIANO GIAQUINTO S’intitola al sacerdote Licinio Refice il Conservatorio di Frosinone, capoluogo di una terra dura ma ricca di suggestive sorprese, grazie alla severità delle sue antiche abbazie e al fascino dei suoi panorami. Nato a Patrica, vissuto a cavaliere tra Ottocento e Novecento, Refice si fece largo grazie alle sue composizioni sacre, guadagnandosi il posto di maestro di cappella nella basilica romana di S. Maria Maggiore. A lui si pensò quando si trattò di dare un nome all’istituto frusinate, che assieme al blasonato “S. Cecilia” di Roma e al moderno “Respighi” di Latina, deve saziare la fame di istruzione musicale dei giovani del Lazio. Il Conservatorio nacque sullo scheletro di una scuola comunale di musica creata nel 1970, che contava tra i suoi docenti un laziale illustre: Severino Gazzelloni, nativo di Roccasecca, poco lontano. Dal 1972 la scuola fu promossa al rango di Conservatorio, grazie all’entusiasmo del suo fondatore e primo direttore, Daniele Paris, che rimase alla guida dell’istituto fino alla scomparsa, nel 1989. Poi il “Refice” fu diretto da Cesare Croci, ora docente di esercitazioni orchestrali. Seguirono alcuni anni confusi, durante i quali l’immagine del Conservatorio fu pesantemente appannata da avvenimenti poco commendevoli; ancora oggi di quel periodo si trascina un doloroso strascico giudiziario. Ricostruire la credibilità dell’istituto all’esterno, e ricucire le lacerazioni all’interno, furono le prime preoccupazioni dell’attuale direttore Francesco Saponaro, professore di storia della musica, eletto nel ‘95 dal collegio dei docenti, e nel settembre di quest’anno confermato per un biennio. Il visitatore occasionale fa fatica a scoprire il “Refice”, ospitato in una comune palazzina arrampicata su per via Roma: nessuno penserebbe che possa racchiudere un tempio di Euterpe. «L’inadeguatezza della sede è un nostro problema annoso, e un costante motivo di disagio», conferma il direttore. «Fino al ‘91, per i saggi di orchestra e per i diplomi, il conservatorio disponeva almeno del bell’auditorium all’interno del grattacielo De Matthaeis. Ma poi le richieste dei proprietari sono aumentate, e non si è potuto dar loro séguito per mancanza di fondi. Attualmente, per supplire alla fame di spazi, si utilizza come succursale il grande capannone della Orossi, una ex fabbrica metalmeccanica riadattata, con molta buona volontà, alle esigenze della didattica». Tra pochi mesi il problema della sede dovrebbe trovare una conclusione, benché parziale. Sono infatti in dirittura di arrivo i lavori per il primo edificio della nuova scuola, situata nella zona moderna della città. Il progetto è diviso in tre parti, e un “lotto” dovrebbe essere consegnato nella prossima primavera. Il terzo e più ambizioso edificio, ancora tutto da costruire, è un vero auditorio da mille e 200 posti, che avrà funzioni “multimediali” di sala da concerto e teatro per spettacoli di prosa. Una struttura di cui Frosinone è priva, e che porterà beneficio non soltanto agli allievi del Conservatorio, ma a tutti i cittadini. Il “Refice” è oggi un istituto con 131 insegnanti e oltre 800 allievi (in anni particolarmente affollati ha superato il tetto dei mille). Ci sono problemi di convivenza con l’ingombrante e più “storico” vicino romano? «Fino a qualche anno fa» ricorda Saponaro, «effettivamente un buon numero di studenti veniva da Roma. Nella capitale c’era evidentemente una domanda di musica che le strutture cittadine non riuscivano ad assorbire. E sempre da Roma arrivavano anche molti insegnanti. Negli ultimi tempi tuttavia le cose sono cambiate, e la scuola attira decine di ragazzi di Frosinone e della provincia. Naturalmente nell’organizzare l’attività didattica dobbiamo tener conto di un certo “pendolarismo”, aver presenti gli orari dei mezzi di trasporto, gli altri impegni scolastici, e via dicendo». Tuttavia, per i docenti di Frosinone non è più l’ultimo gradino prima di approdare al sospirato “S. Cecilia”, ma un Conservatorio dove lavorare seriamente, senza nulla invidiare all’urbe. Accanto ai corsi tradizionali, il “Refice” propone anche materie più originali. Proprio a Frosinone, nel ’76, venne creata la prima cattedra di jazz di un Conservatorio del nostro Paese. «Inoltre», sottolinea il direttore, «siamo stati tra i primi in Italia ad avere un laboratorio di musica elettronica: attualmente per questa disciplina lavoriamo in collaborazione con la seconda università di Roma ‘Tor Vergata’. Per il futuro, prevediamo anche di avviare corsi dedicati a varie professioni del mondo musicale: il maestro sostituto, il fonico di registrazione, l’autore di colonne sonore per il cinema, tutte figure oggi di importanza innegabile. Del resto, nel mercato attuale quello della carriera solistica è un mito sempre più irraggiungibile. Se avrò l’appoggio del ministero, è un mio impegno preciso anche quello di creare classi specifiche per la musica antica. Naturalmente, per tutte queste scelte devo comunque tener presente l’opinione, peraltro rispettabile, dei docenti ancora legati a un repertorio più tradizionale». Anche nella vita della città il Conservatorio cerca di essere presente. Nell’istituto vengono spesso in visita i ragazzi delle scuole elementari e medie, un modo di preparare il terreno per il “reclutamento” delle nuove leve musicali. Per quanto riguarda i saggi conclusivi, il “Refice” ha dovuto fare di necessità virtù: la mancanza di un’aula magna nella sede attuale ha spinto le manifestazioni di fine anno, soprattutto quelle dell’orchestra degli allievi, nella capace cattedrale cittadina. Inoltre, i concerti finali propongono sempre un “ritratto d’autore”, dedicato monograficamente a un musicista contemporaneo. Nel `98 toccò a Goffredo Petrassi, decano dei compositori italiani. L’anno successivo fu la volta di Aldo Clementi, poi Vieri Tosatti. E fu proprio Petrassi, anche lui figlio della terra laziale, a ringraziare con una lettera entusiasta i giovani ma inappuntabili esecutori delle sue difficili partiture.
(da: Suonare News, Il mensile dei musicisti, Dicembre 1998, Anno 4, N. 35, pp. 52-55) | |||||||||||||
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